抱一 (BàoYī) non è una metafora.

Il Tao Te Ching, al capitolo XXII, usa questo termine con una precisione che in italiano si perde facilmente: abbracciare l’Uno. Non meditare sull’Uno, non pensare all’Uno. Abbracciarlo. Tenerlo. Rimanere in esso.

Bào (抱) significa tenere stretto, afferrare, abbracciare. Non è un gesto passivo. Ha la struttura di qualcosa che si porta con sé, che non si lascia andare. (一) è l’Uno: il principio prima della divisione, prima che il Tao diventi Wuji, prima che Wuji diventi Taiji.

L’Uno non è il risultato di una pratica. È il punto di partenza.

Nel pensiero taoista classico, ogni cosa emerge dalla divisione. Il Due nasce dall’Uno. Il Tre nasce dal Due. Diecimila cose nascono dal Tre. La pratica vera, non la sua caricatura da palestra, inverte questa direzione. Non aggiunge. Sottrae. Torna.

BàoYī è l’indicazione di questo ritorno. Non verso qualcosa di lontano, ma verso ciò che è già presente prima che la mente intervenga, prima che la forma si consolidi, prima che il movimento prenda una direzione. Nella pratica del Tai Ji Quan, il momento in cui si sostiene questa qualità (vuoto, radicato, non ancora) corrisponde a Wuji. Non è una postura. È uno stato. È il punto da cui ogni forma può nascere senza essere forzata.

Abbracciare l’Uno non significa cancellare la complessità. Significa non perdersi in essa.

Il praticante che torna alla sorgente non diventa meno capace: diventa più essenziale. I movimenti si alleggeriscono. La struttura regge. L’intenzione non precede più il gesto: lo accompagna, oppure semplicemente lo contiene.

Questo è ciò che BàoYī insegna: la qualità che rimane quando tutto il superfluo è stato rimosso.

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Queste pratiche hanno senso nella trasmissione diretta. Se senti che è il momento, parliamo.

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